Se si vota, Silvio stravince: Pdl al 38,5 …

Se si vota, Silvio stravince: Pdl al 38,5 Gianni Letta a un passo dalle dimissioni | 19/11/2009 | I sondaggi, si sa, sono misurazioni da ammortizzare con ogni molla possibile. E però, visto il continuo sussurrar di retroscena, vale la pena di ragionarci. Le rilevazioni di Piepoli avvalorano innanzitutto una considerazione già acquisita: la campagna tesa a screditare Berlusconi – sul piano personale e politico – non pare aver avuto contraccolpi sull’elettorato di centrodestra. Il Pdl aumenterebbe i consensi non solo rispetto alle Europee di giugno (+3,2%), ma anche in confronto alle vittoriose Politiche 2008 (+1,1). Mentre il Pd, nonostante un piccolo recupero (effetto Bersani?), resta distante, e ben sotto i numeri di due anni fa (-5,7%). C’è chi ritiene – Ipsos, per esempio – che ciò sia dovuto anche all’allontanamento dei cattolici dal fronte progressista. Altri pensano invece che solo una più decisa svolta eticamente laica potrebbe ridare al Pd l’identità perduta. Di certo c’è che, sempre secondo i sondaggisti, su quest’ambiguità di fondo i Democratici perdono consensi, da una parte e dall’altra. Sorprendono poi i piccoli passi indietro di Lega e Idv (si parla di -0,7 e -1 rispetto alle Europee). Ma la vera questione è legata al peso elettorale di Gianfranco Fini. In particolare, si cerca di capire quanti voti potrebbe perdere il Pdl in caso di rottura con il presidente della Camera. Secondo Nicola Piepoli, «Fini può al massimo aspirare alla metà dei voti che Alleanza Nazionale ha portato in dote al Popolo della libertà». In questo senso, gli ultimi risultati elettorali ottenuti con il simbolo di An – le Politiche 2006 – arrivavano al 12,3% dei consensi. All’epoca, però, la Lega – tanto per fare un esempio interno al centrodestra – registrava il 4,6%, oggi è a più del doppio. Peraltro, alla vigilia delle Politiche 2008 – esordio elettorale del Pdl -, gli esperti demoscopici stimavano fra 9 e 10% il peso di chi, senza partito unico, avrebbe votato An. Fini, dunque, potrebbe al massimo aspirare a un 4-5%. Una stima oltremodo positiva, che non tiene conto dei contraccolpi dovuti allo spostamento di linea politica dello stesso Fini – o perlomeno così è stato percepito – rispetto al passato. In questo senso, a Palazzo Chigi lo danno sotto al 3 per cento. E comunque, il divorzio con il Cavaliere è ancora un’ipotesi. (di Andrea Scaglia) Gianni Letta verso le dimissioni- Le parole del presidente del Senato, Renato Schifani, sul ritorno alle urne avrebbero mandato su tutte le furie il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Al punto che sarebbe stato ad un passo dalle dimissioni. “Così non si può andare avanti, toccare le prerogative del capo dello Stato sul potere di sciogliere le Camere è troppo”. Anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi frena. E dopo le dichiarazioni del presidente del Senato Renato Schifani, che ha parlato di voto anticipato nel caso dovesse venir meno la “compattezza” della maggioranza e che sono state definite “ovvie” dallo stesso premier, chiude senza tanti giri di parole: “Non ho mai pensato nulla di simile”, scrive il presidente del Consiglio in una nota. “Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori – spiega il Cavaliere – è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese”. Il Cavaliere rassicura poi elettori e non sulla compattezza della maggioranza. “È solida – dice – anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative”. Certo è che, conclude il capo del governo, “se cadesse la maggioranza uscita dalle urne non se ne fa un’altra”. Quanto ad eventuali pressioni fatte sugli alleati per stringere i tempi sulla giustizia, Berlusconi nega: “Non ho chiesto niente”. Quanto agli ‘screzi’ con il presidente della Camera Gianfranco Fini, sottolinea il Cavaliere, “non c’è nulla da chiarire. Ho già avuto un incontro con lui”. La tensione nel Pdl cresce e il premier cerca di mettere acqua sul fuoco. Da un lato ci sono Schifani e Maroni, che parlano della necessità di coesione all’interno della maggioranza per poter andare avanti a governare il Paese, dall’altro c’è Casini che giudica “improprie ed inappropriate” le “minacce” di Schifani: “Minacciare elezioni anticipate è come brandire una pistola scarica, mi meraviglio della disinvoltura del presidente Schifani; in assenza del Capo dello Stato dall’Italia”, ha sottolineato il leader dell’Udc, “ci sarebbe voluta una maggiore sensibilità istituzionale. Minacciare le elezioni è un fatto del tutto sterile. Non c’è nessuna possibilità – ha, quindi, aggiunto Casini – di elezioni anticipate, che possono essere previste solo dopo un ‘auto-affossamento’ del governo. Ma la maggioranza ha il dovere di governare fino alla fine della legislatura, indipendentemente dalle vicende giudiziarie di Berlusconi. Per altro non mi sembra che ci siano ragioni di paralisi, a parte quella del governo ma se il governo iniziasse a lavorare. Invece di perdere tempo minacciando elezioni anticipate, ricattando così i parlamentari, cominci a lavorare sulle cose serie”. “Compito del governo”, aveva dichiarato ieri la seconda carica dello Stato, “è lavorare per realizzare il programma concordemente definito al momento delle elezioni. Compito dell’opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in Parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale”. Secondo Schifani “è sempre un atto di coraggio, di coerenza e correttezza verso gli elettori. Molti ordinamenti costituzionali da tempo accettano questi fondamentali principi di una democrazia matura. La scelta dei cittadini non va tradita, va rispettata fino in fondo, senza ambiguità ed incertezze. La politica non può permettersi di disorientare i propri elettori”. La seconda carica dello Stato sottolinea poi che “il venire meno di questi presupposti di corretta politica può determinare la fuga dei giovani dalla diretta partecipazione al governo del Paese. Questo allontanamento può fare spegnere la speranza del cambiamento, genera sfiducia nell’avvenire, provoca risentimenti”. Parole, queste, che trovano l’appoggio e il sostegno del ministro dell’Interno Roberto Maroni: “Per fare le riforme ci vuole una maggioranza compatta e noi abbiamo una vasta maggioranza e non abbiamo alibi, non possiamo dire che l’opposizione ci blocca. Se quindi la maggioranza è divisa, l’alternativa non può che essere quella indicata da Schifani”. Queste le parole del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Tirana in visita ufficiale, commentando le dichiarazioni di ieri del presidente del Senato. Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, invece, è convinto del contrario. “Non vedo aria di nuove elezioni. Noi abbiamo una maggioranza che è stata votata dagli italiani e che è molto vasta alla Camera e al Senato”. Alemanno sulle riforme condivise. “In generale quelle migliori si fanno assieme, ma si possono fare riforme di parte anche con l’appoggio della maggioranza parlamentare. Nello specifico credo si possa coinvolgere una parte della magistratura. Ma è evidente che ci sono pure delle emergenze da affrontare, da discutere all’interno degli organi di partito, alle cui decisioni tutti devono poi allinearsi. Ma il problema è che in passato ci sono stati tentativi improvvisati, mentre cerdo si debba affrontare la questione nell’interesse generale, in modo da raggiunge un duplice scopo”. Chiosa il sindaco della Capitale: “Da una parte evitare incursioni spericolate della magistratura, dall’altra approvare provvedimenti inattaccabili sulla costituzionalità. Sono convinto che vi sia un forte squilibrio in Italia tra politica e magistratura. Il primo soggetto è più debole rispetto al secondo: è un aspetto che va sanato”. Reazioni Pd e Idv- Così si pronuncia Bersani, leader del Pd, sulla possibilità di elezioni anticipate ventilata in queste ore: “Mi limito a considerare che questa dichiarazione di Schifani equivale a dire: il centro destra ha grossi problemi”. Non ha dubbi, invece Antonio Di Pietro. “La dichiarazione del presidente del Senato Renato Schifani non è una dichiarazione di distensione ma oserei dire che ha gli estremi del ricatto politico alla maggioranza”. E aggiunge: “Non vogliono andare alle elezioni perché non ne hanno nessuna voglia, né lui, né Berlusconi”. Il sondaggio del Foglio- Intanto questa mattina sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara è apparso un sondaggio che rivela come su 78 parlamentari di Pdl e Lega, solo 7 sono favorevoli allo scioglimento delle Camere. Ben 68 parlamentari, quindi, non condividono la necessità di ritornare alle urne, mentre solo 5 sono indecisi o non ne hanno idea. Il dato singolare è che nessuno dei parlamentari leghisti intervistati dichiara di volere le elezioni anticipate.

da www.libero-news.it, 19 novembre 2009

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